Cuzari (Sirmi), come sta cambiando l'Information Technology

Pubblicato il: 02/05/2012
Autore: Barbara Torresani

In questa intervista a tutto campo Maurizio Cuzari (AD Sirmi) esprime il pensiero schietto di un attento osservatore di mercato disincantato e seriamente preoccupato dello stato di salute in cui versa il sistema Ict italiano, troppo baricentrato sul rispetto delle dinamiche imposte dalle multinazionali e poco attento alle reali necessità dei fruitori.

A pochissimi giorni dall'apertura dell'11esima edizione di Ict Trade che si terrà come di consueto a Ferrara il prossimo 8-9 maggio, Maurizio Cuzari, Amministratore Delegato di Sirmi, esprime il suo pensiero sulla situazione italiana dell'information technology e del canale distributivo.
E' una chiacchierata a tutto campo. Nessuna polemica fine a sé stessa né una forma di esibizionismo; ciò che esprime Cuzari è il pensiero schietto di un attento osservatore di mercato disincantato e seriamente preoccupato dello stato di salute in cui versa il sistema Ict italiano, troppo baricentrato sul rispetto delle dinamiche imposte dalle multinazionali e poco attento alle reali necessità dei fruitori.

Partiamo dalle parole con cui hai chiuso il tuo discorso alla scorsa edizione di Ict Trade a Ferrara: "Stiamo passando dalla fase artigianale dell'IT a quella industriale... Oggi quindi siamo in quella fase?
cuzari-sirmi-come-sta-cambiando-l-information-tech-1.jpgIn realtà non è proprio così. Lo scorso anno esprimevo il concetto che l'IT stava uscendo da un cinquantennio di IT artigianale per entrare in un cinquantennio di IT industriale. Nel primo cinquantennio non esisteva un sistema informativo uguale a un altro e quindi la perizia e l'inventiva dell'artigiano metteva nella condizione di costruire sistemi informativi tagliati sull'esigenza delle singole aziende. In questo disegno gli artigiani erano portati in palmo di mano perché erano gli unici soggetti, per quanto tanti potessero essere, capaci di fare funzionare una disciplina così complessa come l'IT. Sulla base della spinta del cloud computing, dei software applicativi che si spostano sempre più verso la parametrizzazione e richiedono sempre meno personalizzazione e del protocollo IP che applicato alle applicazioni permette la diffusione dell'informazione in modo diffusivo... ho cominciato a teorizzare il fatto che l'IT stesse diventando industriale, cioè fatta come si suol dire "con lo stampino", con le singole componenti che poi possono essere facilmente personalizzate. È la stessa logica dell'industria automobilistica, per intendersi. Dove è la cantonata che sto prendendo? Oggi il livello di attenzione dei clienti e dei consumatori non è verso l'oggetto industriale Information Technology ma verso l'oggetto servizio abilitato dall'IT. Quindi al di là del fatto che si stanno industrializzando alcune componenti l'IT sta saltando a piè pari la componente industriale e sta entrando nell'era post-industriale senza passare dal processo di industrializzazione.

E come si caratterizza l'IT post-industriale?
È un'IT che diventa "Industria dei servizi", in cui il servizio è il risultato dell'applicazione, è la fruzione dell'informazione, è l'utilizzo della potenza di calcolo, a prescindere da chi realizza l'applicazione, fornisce l'informazione e gestisce la potenza di calcolo e da quali siano le infrastrutture che permettono di erogare la potenza di calcolo. E tutto ciò va a incidere in modo pesante sul tipo di competenze necessarie per fare funzionare l'Ict in senso lato, perché incide molto di più sulla capacità, competenza e perizia di conoscere, interpretare, abilitare e ottimizzare i processi più che sulla perizia di fare funzionare l'infrastruttura. Il che non vuol dire che non ci sia bisogno di specialisti che facciano funzionare l'infrastruttura, ma non è quello l'elemento chiave di chi utilizza l'IT. Un'IT post industriale che scardina le filiere dei manufatturieri - i produttori hw o sw -, modifica in modo pesante le catene del valore perché la compressione dei margini diventa diffusiva e la 'commoditizzazione' di alcuni prodotti anche di valore diventa imbarazzante, spiazza in modo pesante chi ha vissuto per anni di manutenzione applicativa, evidenzia la carenza di perizia nella gestione dei processi. È questa la fotografia generale in cui è normale che la spesa possa non crescere. È una transizione che non porta maggiore ricchezza ai produttori sempre più compressi dal dover trovare marginalità da altre fonti rispetto a quelle tradizionali. Ma se utilizzata in maniera intelligente però può portare maggiore ricchezza al sistema imprese e al Sistema Paese, non necessariamente facendo vivere bene gli attori di questo comparto, compressi da questo mutamento strutturale di comportamento di clienti e consumatori.

Insomma un'IT in profonda trasformazione?
Sì, decisamente in forte trasformazione. E in questo momento in cui si sta parlando in modo intenso, anche un con un leggero ritardo, di Agenda Digitale non ho la sensazione che tutto ciò sia in linea con la crescita possibile del sistema Paese. Ho la sensazione che le Agende Digitali siano più in linea con il recupero di marginalità dei grandi player internazionali. Mi riferisco ad aziende che fruiscono a pieno titolo dei processi di globalizzazione e che quindi fanno un sacco di soldi fatturando dall'estero, mantenendo in Italia soltanto strutture commerciali o di servizio; in teoria abilitano il sistema Italia a funzionare meglio, in realtà, in una certa misura, lo impoveriscono. Sono aziende che prendono dal Sistema Italia senza lasciare qualcosa al Sistema Italia. E'una storia spinosa, ma sotto gli occhi di tutti.

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