Chi ci guadagna nell'acquisizione IBM-Red Hat

L'acquisizione, che costa agli azionisti IBM ben 34 miliardi di dollari, impatta su tutto il mercato IT. In questa analisi a poche ore dall'annuncio vediamo che veramente ci guadagna e quali equilibri sposterà.

Autore: Francesco Pignatelli

Se IBM compra Red Hat mettendo sul piatto ben 34 miliardi di dollari, deve avere motivi davvero validi e bisogna comprenderli bene per individuare come l'operazione potrà impattare su tutto il mercato del software e del cloud. In casa IBM è di gran lunga l'acquisizione più impegnativa - sono lontani i 5 miliardi spesi per Cognos - e per farla digerire agli azionisti essa deve portare vantaggi evidenti anche a breve termine. Premesso che siamo solo alle prime fasi della vicenda, ecco quali equilibri più probabilmente sposterà.

Chi ci guadagna: gli azionisti di Red Hat

È una constatazione ovvia, ma importante. IBM compra Red Hat offrendo una cifra che rappresenta un "premio" di quasi il 70 percento rispetto all'attuale valore in Borsa della software house. Questo è motivato certamente dal fatto che IBM vede un grande valore nella società, ma è difficile non vedere anche il tentativo di mettere rapidamente al sicuro l'operazione.

Con questa cifra è difficile che gli azionisti Red Hat rifiutino l'accordo. Inoltre, un ipotetico concorrente che volesse togliere Red Hat a IBM dovrebbe offrire una cifra ancora superiore, e non è affatto scontato. Si è parlato in passato di possibili acquisizioni per Red Hat, ma a questo punto i papabili acquirenti (Google o Microsoft) si troverebbero a decidere in fretta se stanziare una somma molto rilevante. E anche loro hanno azionisti da convincere.

Chi ci guadagna: IBM

Naturalmente IBM ritiene che l'acquisizione di Red Hat sia molto vantaggiosa, altrimenti non spenderebbe la cifra elevata che ha offerto. Difficile darle torto: Red Hat le porta in dote una serie di componenti tecnologici che le fanno davvero comodo.
Innanzitutto, il cloud. Come molte altre grandi aziende della storia dell'IT enterprise, IBM ha perso il treno del cloud pubblico. AWS è sostanzialmente fuori portata, Google e Microsoft sono più dinamiche nello sviluppare tecnologie e servizi. Poco male, per IBM: le grandi aziende hanno un futuro che è fatto di cloud privato e di hybrid cloud, IBM compra Red Hat proprio per acquisire i mattoni tecnologici che abilitano infrastrutture di private cloud, di cloud ibrido e in logica multicloud.

Ma non c'è solo il cloud. IBM e Red Hat sono da tempo partner nell'unico comparto che resta - e resterà ancora a lungo - lo zoccolo duro di IBM: i sistemi mainframe zSeries. Il mainframe è tutt'altro che morto, sta anzi benissimo e caso vuole che Red Hat Enterprise Linux sia il sistema operativo più installato in questo campo. Con l'acquisizione, IBM assume un maggiore controllo su RHEL e questo può essere un vantaggio.

Chi ci guadagna: Red Hat come azienda

Red Hat trae indubbiamente vantaggi dal far parte di IBM, è solo difficile capire quanto e in che modo questi vantaggi possano variare nel tempo. L'ottimismo delle dichiarazioni di IBM - secondo cui l'acquisizione "accelererà la crescita dei ricavi, del margine lordo e del cash flow entro 12 mesi dal completamento" e porterà "dividendi cospicui e in crescita" - non viene molto condiviso dal mercato.

A breve termine i vantaggi ci sono certamente. IBM compra Red Hat e diventa da subito un solido canale per la commercializzazione delle soluzioni di quest'ultima. Poche aziende come IBM hanno già una presenza consolidata nelle grandi organizzazioni, ora Red Hat può sfruttare largamente questa forza d'urto. Inoltre IBM non mancherà di spingere decisamente e in tutti i modi possibili le soluzioni di Red Hat, un altro elemento molto positivo.
IBM e Red Hat però collaborano già da anni, quindi non è così ovvio che l'acquisizione dia un nuovo - o almeno forte quanto afferma IBM - impulso ai ricavi e ai margini operativi. Si suppone che IBM e Red Hat abbiano già ampiamente spinto la loro collaborazione nei confronti dei clienti acquisiti e potenziali, ci può essere davvero un'accelerazione così marcata come si lascia intendere in queste ore? Sarà da vedere.

Chi sta alla finestra: Red Hat come organizzazione

Qualsiasi acquisizione comporta problemi per le organizzazioni delle aziende coinvolte, in particolare ovviamente per le persone dell'azienda che viene acquisita. Se Red Hat doveva essere acquisita - ed è quello che prima o poi sarebbe successo, secondo molti osservatori - l'integrazione in IBM potrebbe per certi versi essere più fluida di altre. IBM e Red Hat sono partner tecnologici da diversi anni, si conoscono bene e alcuni attriti inevitabili in un'altra acquisizione saranno qui più contenuti.

Ma IBM è IBM, e la storia delle acquisizioni che ha fatto non è proprio in linea con le rassicurazioni sull'indipendenza di Red Hat che sono state fatte dai management delle due aziende. Tra IBM e Red Hat - nel loro complesso - c'è una forte differenza culturale e questo peserà nelle reazioni dei dipendenti Red Hat, come peserà anche il fatto che qualsiasi acquisizione porta "snellimenti" che al momento non possono essere valutati.

È assai probabile che IBM e Red Hat non avrebbero voluto comunicare così l'acquisizione e siano state spinte a farlo dalle indiscrezioni che avevano cominciato a circolare nel weekend. L'impressione, a giudicare dalle tante rassicurazioni esplicite in comunicati e blog dei manager, è che sia mancata una comunicazione interna preventiva e ben strutturata. Ma anche che IBM e Red Hat siano consce del problema, un problema indubbiamente importante.

Chi sta alla finestra: il mondo open source

Se c'è stata una piccola sollevazione popolare quando Microsoft ha acquisito GitHub, che è sì una icona del mondo open source ma in fondo un repository, cosa succederà ora che un nome simbolo dell'open source passa nelle mani dell'azienda "ingessata" per eccellenza? Ovviamente è una estremizzazione: oggi IBM è anche lei un bel nome dell'open source e il suo impegno per Linux è innegabile.

Premesso questo, però, ci vuole poco a urtare le sensibilità del mondo open source. IBM e Red Hat dovranno fare molta attenzione a mantenere le promesse che hanno appena fatto su quanto continueranno a contribuire a progetti e iniziative "open". Il rischio è che le piattaforme Red Hat non siano più percepite come neutre e che gli sviluppatori, interni ed esterni, preferiscano progetti diversi.

Chi sta alla finestra: una parte del mercato

Le stesse perplessità che ha il mondo open source in generale si potranno vedere anche nelle imprese e nei partner di Red Hat. Qui il fattore chiave sta nella neutralità proprio di Red Hat, che sino ad oggi era un vendor agnostico e da oggi in poi non sarà più percepito come tale. O almeno corre il rischio concreto di non esserlo.

Red Hat e IBM hanno sottolineato in vario modo che la prima opererà come una realtà autonoma all'interno della seconda, ma questa rassicurazione non elimina molte domande che nei prossimi mesi verranno certamente poste alle due aziende. L'indipendenza sarà concreta per i cloud provider che hanno collaborazioni con Red Hat - come AWS, Microsoft o Google - e che per certi versi sono concorrenti di IBM? E se IBM sarà certamente un canale per Red Hat, quanto Red Hat spingerà i prodotti IBM?

Le risposte concrete a queste domande indicheranno anche quanto business si potrà spostare tra i vari attori dell'open source. Ad esempio l'acquisizione non fa bene a Suse e Canonical, i fornitori delle due piattaforme Linux (oltre a RHEL) supportate da IBM. Per Suse in particolare il business generato attraverso IBM non è trascurabile e sarà stato un fattore considerato nell'acquisizione da parte di EQT Partners. È facile immaginare che ora Suse dovrà correggere meglio la sua rotta.

È altrettanto vero che il rischio di IBM-izzazione di Red Hat potrebbe spingere alcuni suoi clienti a rivolgersi ad altre piattaforme viste come meno vincolate. Di sicuro ci saranno software house e altri tipi di operatori che punteranno su questo rischio per scalzare Red Hat dai progetti dei suoi clienti, acquisiti e potenziali. Anche qui, come in qualsiasi campo, non conta poi molto che un pericolo esista davvero: basta che lo si percepisca.

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