Veeam, la modern data protection passa sempre più dal canale

La protezione dei dati guarda sempre più verso il cloud, rivela una ricerca condotta da Veeam, e questo richiede un canale ancora più ricco di competenze

Autore: Edoardo Bellocchi

È un dato di fatto che la data protection si stia allargando sempre di più al cloud, che oggi è soprattutto ibrido. E Veeam registra puntualmente il fenomeno, con una indagine a tutto campo condotta nell’autunno 2022 su un campione molto significativo di 1.700 IT manager, 650 dei quali nell’area Emea, dalla quale emerge la crescente preoccupazione per la protezione dei dati nel cloud.

Indagine a tutto campo

L’indagine Cloud Protection Trends for 2023 ha riguardato “le aziende che hanno almeno un workload nel cloud, e se il 50% di queste ha tutte le applicazioni nel cloud, l’altra metà ha ancora molti dati nel mondo fisico e nell’on premise, con percentuali equamente divise tra i due mondi, ovvero 25% per entrambi”, esordisce Alessio Di Benedetto, Technical Sales Director Southern Emea di Veeam, nel commentare i risultati dell’indagine in un incontro a Milano insieme con Elena Bonvicino, Manager of Channel, Italy di Veeam. In sostanza, se qualcuno pensava che “il mondo fisico andasse a scomparire, non sarà così, ed è per questo che la parola ibrido è sempre più importante”, prosegue Di Benedetto, ricordando che “anche il tape, che molti davano per morto, è tornato di moda, per un serie di motivi, non ultimo il fatto che alla luce dei crescenti attacchi ransomware il nastro dispone di un air gap di default, essendo disconnesso”.

Il riferimento al mondo fisico non è casuale, perché permette a Di Benedetto di ripercorrere le peculiarità di Veeam, che “è nata per il mondo virtuale, poi è passata anche a quello fisico, e successivamente si è rivolta verso il cloud: è per questo che uno dei maggiori vantaggi di Veeam è la capacità non solo di proteggere i dati ma anche di aiutarne la migrazione da un mondo all’altro, proprio in ragione della nostra storia tecnologica. L’idea di fondo è quella di proporre al mercato una soluzione unificata di modern data protection, lasciando ai clienti la scelta dell’infrastruttura sulla quale adottarla, anche perché la nostra soluzione è solo software, e questo evita qualsiasi tipo di lock in, non solo nelle scelte hardware ma anche nel modello di erogazione”.


Alessio Di Benedetto di Veeam

Approccio ibrido

L’approccio ibrido emerge anche nelle scelte tecnologiche, visto che in base all’indagine condotta da Veeam il 74% delle aziende in Europa e l’88% nel mondo porta i dati indietro dal cloud al proprio data center per uno o più motivi, tra cui lo sviluppo, l'ottimizzazione di costi e prestazioni e il disaster recovery. Ma “se i costi di upload sono chiari, quelli di retrieve non sono poi così evidenti”, fa notare Di Benedetto, puntando l’attenzione sui rischi di lock-in. Ma c’è un altro aspetto che preoccupa: come spesso accade per le nuove architetture cloud-hosted, alcuni amministratori PaaS presumono erroneamente che la durabilità nativa dei servizi cloud-hosted elimini la necessità di eseguire il backup: il 34% delle aziende non esegue ancora il backup delle condivisioni di file ospitate nel cloud e il 15% non esegue il backup dei database che si trovano nel cloud.

La trasformazione del canale

È anche per questo che il modello di Veeam permette sempre ai clienti di scegliere la soluzione più flessibile e più dinamica anche a livello di servizio: “ma noi non siamo un fornitore di servizi, quanto un enabler dei provider che erogano il servizio con la nostra tecnologia”, spiega Di Benedetto, sottolineando che “abbiamo accordi con gli hyperscaler e anche con i local service provider, che sono circa 11mila sui 35mila partner con cui lavoriamo a livello globale”.


Elena Bonvicino di Veeam

Parlando del canale, che per Veeam è fondamentale, visto il modello 100% indiretto, Elena Bonvicino spiega che “il cloud è stato un driver molto importante per la trasformazione dei partner, che hanno sempre più affiancato al reselling la parte as a Service, con alcuni che hanno abbandonato tout court la rivendita e altri che hanno abbracciato ex novo la parte servizi, anche a tutto tondo, con servizi professionali o capacità di integrazione con terze parti, per gestire tutta la parte di migrazione dall’on prem al cloud, per esempio”.

L’ora dei VASP

Questo ha comportato anche un forte lavoro sulle competenze, con Veeam che ha creato “un nuovo stream di partnership con quelle realtà che vanno a supporto sia dei partner in prima battuta sia degli utenti finali per gestire i servizi professionali”, prosegue Elena Bonvicino, citando l’inserimento “di una nuova categoria di partner, cioè i VASP, ovvero Veeam Accredited Service Provider, che al momento in Italia sono 5 o 6. Nel nostro gergo, si tratta di ‘Partner with partner’, per sottolineare la modalità con la quale il partner si può approcciare al mercato, proponendo al mercato non solo le proprie competenze e specializzazioni che ha già in casa, ma anche quelle di questi altri partner”.

Quello che alle prime poteva sembrare “un trend difficile da implementare, nella realtà si è dimostrato una carta vincente perché ha dato la possibilità ai partner piccoli, oppure non dotati di un bouquet ricchissimo di competenze, di abbracciare progetti più importanti e continuare a mantenere una relazione importante con i propri clienti”, fa notare Elena Bonvicino, raccontando che quello dei VASP è un “programma a livello mondiale, il cui responsabile Emea è italiano, al quale si accede on demand proprio con l’idea di mantenerne un elevato standard di qualità delle competenze, che non sono legate al brand Veeam, in quanto operiamo sempre nella logica dell’integrazione delle nostre soluzioni con terze parti allo scopo di evitare qualunque tipo di lock in a livello di vendor”.

In sintesi, per Veeam contano sempre più “i partner in grado di operare al meglio sulle integrazioni e sugli sviluppi, visto che spesso servono anche soluzioni di connessione tra diverse realtà che siano customizzate per i clienti. Ecco perché avere partner che abbiano sempre più la possibilità di dire la loro da questo punto di vista diventa per noi fondamentale”, conclude Elena Bonvicino.


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