Excursus, dispersione di valore e rischi invisibili: i settori più esposti

Secondo l'analisi della società italiana di Corporate & Strategic Intelligence in Italia la dispersione di valore non viene misurata e quindi governata. Ogni punto di rischio non gestito si traduce in milioni di euro che evaporano lungo la filiera, nei processi e nella reputazione

Autore: Redazione ChannelCity

Nel sistema economico italiano cresce una forma di perdita silenziosa che incide direttamente su margini, continuità operativa e competitività: la dispersione di valore legata a frodi, interruzioni produttive, vulnerabilità della supply chain, attacchi cyber e danni reputazionali.

Alcuni settori, più di altri, risultano strutturalmente esposti a questi fenomeni. È quanto emerge dall’analisi di Excursus Group, società italiana di Corporate & Strategic Intelligence, che ha elaborato una mappa dei settori più esposti del mercato italiano attraverso un indice comparativo (scala 0/100) basato su quattro fattori chiave: dispersione economica, superficie di attacco digitale, complessità della filiera e rischio di continuità operativa e reputazionale.

I settori più esposti

Secondo l’analisi, infrastrutture critiche e utilities (95/100) risultano tra i comparti a maggiore esposizione: ogni interruzione operativa può generare impatti sistemici su servizi essenziali, territori e comunità, con effetti economici a cascata difficilmente recuperabili.

Segue il manifatturiero (90/100), dove la combinazione di supply chain estese, know-how industriale e dipendenza dalla continuità produttiva rende il rischio particolarmente elevato: anche poche ore di fermo impianto possono tradursi in perdite di diversi milioni di euro, soprattutto nei comparti ad alta intensità di capitale come automotive e industria avanzata.

Il retail e l’e-commerce (70/100) rappresentano uno dei casi più concreti e misurabili di dispersione strutturale. Secondo il Barometro Checkpoint Systems Italia – NielsenIQ, in Italia le differenze inventariali valgono in media 4,12 miliardi di euro l’anno, pari a circa l’1,2% dei ricavi del settore. Una perdita frammentata, quotidiana e spesso non attribuita, che erode direttamente il margine operativo.

L’agroalimentare (80/100) mostra una vulnerabilità elevata lungo tutta la filiera: una singola anomalia – frode, contraffazione o contaminazione – può trasformarsi rapidamente in una crisi sanitaria e reputazionale con impatti economici immediati.

I servizi finanziari (85/100), infine, restano esposti per definizione a frodi, attacchi cyber e rischi reputazionali, aggravati da un quadro regolatorio sempre più stringente che rende ogni incidente particolarmente oneroso in termini di costi diretti e indiretti.

Il contesto nazionale amplifica ulteriormente questi rischi. L’Italia figura tra i Paesi europei maggiormente colpiti da attacchi cyber, concentrando circa il 10% degli attacchi mondiali rilevati nel campione 2024 analizzato dal Rapporto Clusit. Si tratta di una pressione costante che rende la sicurezza e l’intelligence fattori strutturali di competitività, e non semplici voci accessorie di costo.

In Italia il problema non è l’assenza di investimenti in sicurezza, ma la dispersione di valore che non viene misurata e quindi governata. - afferma Umberto Callegari, Presidente di Excursus Group (nella foto). - Quando parliamo di intelligence parliamo di margine difeso e recuperato. Ogni punto di rischio non gestito si traduce in milioni di euro che evaporano lungo la filiera, nei processi e nella reputazione.”

Secondo Excursus Group, il cambio di paradigma passa dall’adozione di modelli intelligence-driven, capaci di trasformare segnali deboli in decisioni operative: KPI univoci, attribuzione delle cause, conversione degli alert in casi e dei casi in azioni correttive misurabili.

L’intelligence è un moltiplicatore economico. Le aziende che integrano veri centri di intelligence nei processi decisionali non si limitano a ridurre i rischi: migliorano la qualità delle scelte, proteggono il P&L e costruiscono resilienza nel lungo periodo”, conclude Callegari.




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