L'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano fotografa un settore in forte espansione, ma anche frenato da burocrazia e aspettative irrealistiche. Milano può diventare un hub europeo all’altezza di Francoforte e Londra
Autore: Daniele Lazzarin
Il mercato italiano dei Data Center sta vivendo una stagione di crescita continua, con investimenti miliardari e ambizioni da protagonista europeo. Tuttavia dietro gli annunci trionfalistici si nasconde una realtà più complessa, fatta di progetti in ritardo, tempi lunghi e imprevedibili per permessi e autorizzazioni, e aspettative spesso disconnesse dalle opportunità reali.
È il quadro tracciato dall'edizione 2026 dell'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, secondo cui negli ultimi tre anni l'Italia ha attirato 7,1 miliardi di euro di investimenti destinati alla costruzione e dotazione di queste infrastrutture strategiche. La potenza nominale installata ha raggiunto nel 2025 quota 609 MW IT (cioè MW calcolati tenendo conto solo delle sale dati dei Data Center), con un incremento annuo del 19%, mentre il numero di operatori attivi è passato da 64 a 70.
Cifre importanti, che tuttavia raccontano solo una parte della storia. Gli stessi 7,1 miliardi investiti rappresentano infatti solo il 68% dei 10,5 miliardi che l'Osservatorio aveva stimato tre anni fa. Una discrepanza significativa, dovuta a progetti annunciati con grande enfasi ma poi rallentati o ridimensionati lungo il percorso.
Il fenomeno dell'eccesso di aspettative emerge in modo ancora più evidente analizzando le richieste di allacciamento alla rete elettrica. Nei primi undici mesi del 2025, le domande di connessione all'alta tensione presentate a Terna hanno raggiunto addirittura 68,5 GW, di cui oltre 31 GW solo nell'area milanese. Numeri che Alessandro Piva, Direttore dell'Osservatorio, definisce "ben distanti dai valori reali": nel biennio 2024-2025 infatti sono stati effettivamente attivati Data Center per una potenza cento volte inferiore rispetto alle richieste formulate.
Due fattori principali spiegano il gap tra annunci e realizzazioni. Il primo è la complessità burocratica italiana. L'iter autorizzativo per i Data Center, pur migliorato negli ultimi anni, resta frammentato e affidato largamente agli enti locali, senza un quadro normativo statale univoco. Tempi e requisiti variano quindi considerevolmente da territorio a territorio, una realtà che ha colto impreparati molti operatori internazionali al loro primo investimento nel Paese, costringendoli a rivedere cronoprogrammi e dimensioni dei progetti.
Il secondo ostacolo è l'accelerazione tecnologica, in particolare nel campo dell'intelligenza artificiale. Un Data Center progettato per applicazioni AI richiede caratteristiche strutturali radicalmente diverse rispetto a uno destinato a servizi enterprise o cloud tradizionali. Molti grandi provider internazionali hanno dovuto ripensare destinazioni d'uso, scelte tecnologiche e design architettonico degli edifici, con inevitabili ritardi.
Nonostante il "rumore di fondo", le prospettive restano positive. Per il triennio 2026-2028 sono previsti 83 nuovi progetti infrastrutturali annunciati da 30 aziende, di cui 19 nuove entranti in Italia, per una potenza totale di 874 MW IT e un valore potenziale superiore a 25 miliardi di euro.
Tuttavia, considerando che il 72% degli investimenti previsti proviene da operatori internazionali non ancora attivi in Italia, con limitata conoscenza del mercato locale, fino a un terzo dei progetti secondo l’Osservatorio potrebbe subire ritardi significativi.
I fattori decisivi saranno due: l'accesso all'alta tensione, cruciale per i grandi Data Center che rappresentano la maggior parte della crescita prevista, e la concretizzazione degli annunci dei colossi del cloud.
Dal punto di vista geografico, l'Italia presenta una distribuzione differenziata. Mentre le strutture di bassa e media potenza sono distribuite su tutto il territorio, quelle di alta potenza (oltre 10 MW) si concentrano nell'area milanese, che da sola rappresenta il 68% della potenza installata nazionale: 414 MW, di cui il 74% collegato a reti di alta tensione.
Milano attualmente vale il 6% della potenza europea complessiva, ma punta a superare 1 GW entro il 2028. Marina Natalucci, Direttrice dell'Osservatorio, sottolinea come la città lombarda sia "la realtà emergente con i tassi di crescita più interessanti" e possa raccogliere il 23% degli investimenti annunciati a livello continentale, candidandosi a raggiungere la scala dei principali poli europei, i cosiddetti FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino).
A livello europeo, i 13 principali poli hanno raccolto 29,5 miliardi di investimenti tra 2023 e 2025, con prospettive di oltre 110 miliardi nel prossimo triennio. Un driver importante di questa crescita sarà la domanda di sovranità digitale europea, che favorirà un'ulteriore espansione e decentralizzazione territoriale del settore. Attualmente in questi poli operano 182 operatori con oltre 700 infrastrutture e una potenza totale di 7,4 GW IT, di cui circa il 55% concentrato nell'area FLAPD, e per metà controllata da appena 10 operatori, sette dei quali statunitensi.
Tirando le somme, l'Italia si trova in una posizione favorevole grazie a diversi fattori strategici: i progetti di rafforzamento della connettività nel Sud Italia tramite cavi sottomarini, gli investimenti in AI attraverso i bandi per le Giga Factory, l'ingresso di grandi realtà industriali come ENI, che sta realizzando un Campus AI Data Center con la società araba Khazna Data Centers, e le iniziative istituzionali che stanno promuovendo un quadro normativo più snello e standard. Tra queste la Strategia nazionale per l'attrazione degli investimenti esteri nei Data Center del Ministero delle Imprese e Made in Italy, e azioni normative a livello nazionale (DDL per il riconoscimento del settore, DL Energia) o locale (proposta di legge per la regolamentazione dei Data Center in Regione Lombardia).
Come conclude Alessandro Piva, "l'Italia è nelle condizioni di trasformare l'attuale buon momento del mercato Data Center in uno sviluppo solido e sostenibile, ma serve un dialogo tra istituzioni, operatori e investitori basato su dati rappresentativi e aspettative realistiche, andando oltre il rumore di fondo e le narrazioni troppo ottimistiche".