Data Center, il nuovo paradosso della modernità

La corsa al digitale sta scaricando i costi ambientali e infrastrutturali sulle comunità locali, mentre i benefici finiscono altrove. E’ in questo scenario che nascono le proteste contro i nuovi cantieri: sono la risposta dei territori che si vedono imporre opere gigantesche senza trasparenza, senza un piano energetico credibile e senza alcun ritorno proporzionato.

Autore: F.M.

L'esplosione dei data center è diventato il nuovo paradosso della modernità: tutti ne parlano come infrastrutture strategiche, parecchi spingono per costruirne di nuovi definendoli “infrastrutture essenziali” per alimentare servizi digitali, cloud e AI, ma nessuno vuole ammettere apertamente che il loro impatto desta una reale preoccupazione nelle comunità locali, perchè spesso vengono presentati solo come innocui capannoni tecnologici, nascondendo le vere problematiche.

In realtà queste strutture richiedono enormi quantità di elettricità, consumano tantissima acqua mentre l’assenza di obblighi stringenti sull’efficienza e la difficoltà di integrare queste strutture in una strategia energetica regionale o nazionale alimentano ulteriori preoccupazioni. Oggi i campus che ospitano i data center possono richiedere centinaia di megawatt, equivalenti al fabbisogno di intere città: questo significa che tale domanda grava sulle reti elettriche locali, spesso già sotto pressione, e rende necessario potenziamenti infrastrutturali che non sempre sono pianificati in modo coordinato. Inoltre, l’esplosione della realizzazione dei data center drena risorse idriche e tutti quanti producono calore di scarto che solo in pochi casi viene recuperato.

Però la verità, non detta, è  che la corsa al digitale sta scaricando i costi ambientali e infrastrutturali sulle comunità locali, mentre i benefici finiscono altrove. E’ in questo scenario che nascono le proteste contro i nuovi cantieri: sono la risposta dei territori che si vedono imporre opere gigantesche senza trasparenza, senza un piano energetico credibile e senza alcun ritorno proporzionato.

I costruttori dei data center promettono “innovazione”, ma generano pochissimi posti di lavoro, promettono “sviluppo”, ma lasciano in eredità consumo di suolo, linee elettriche sovraccariche e un fabbisogno energetico che rischia di far lievitare i costi per tutti.

Ma, soprattutto, molti cittadini percepiscono questi progetti come l’ennesima decisione calata dall’alto: grandi aziende che trattano con le istituzioni, mentre chi vive sul territorio viene informato a giochi fatti. In questo contesto non stupisce che comitati e manifestazioni contro la realizzazione di nuovi data center si moltiplichino: la gente non vuole diventare la periferia energetica del cloud globale, né accettare che la transizione digitale avvenga a spese dell’ambiente. In sostanza, i data center sono diventati il  simbolo di una modernizzazione sbilanciata: profitti privati, costi pubblici. E finché non verrà affrontato seriamente il tema del loro impatto, la conflittualità attorno ai nuovi cantieri continuerà a crescere. E che questo non sia un fenomeno solamente “italico” ma molto più ampio lo si evince da quello che sta succedendo oltreoceano. La Governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, recentemente ha firmato un ordine esecutivo che vieta per un periodo di un anno la costruzione di nuovi data center con un fabbisogno energetico pari o superiore a 50 megawatt.

Anche il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, ha introdotto nuovi vincoli per la costruzione di data center. I nuovi requisiti impongono ai costruttori di coprire integralmente i costi dell’elettricità utilizzata dagli impianti e di ricavare una quota significativa dell’energia da fonti pulite. Inoltre i progetti dovranno ottenere l’approvazione delle comunità locali prima dell’avvio dei lavori.


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