Riflettendo su quello che ci hanno detto per mesi, negli anni, ci si sente presi in giro. Siamo stati bombardati da strategie marketing green messe in atto da parecchie aziende che per anni si sono intestate questa parola senza esserlo. Siamo stati manipolati da furbetti, per non dire truffati. E i numeri di questo fenomeno fraudolento, che passa con l’inglesismo greenwashing parlano chiaro.
Un recente studio della Commissione europea ha infatti stimato che il 53,3% delle dichiarazioni ambientali analizzate è risultato vago, fuorviante o infondato e il 40% è privo di adeguate evidenze a supporto. Per non parlare delle Pmi italiane che nella stragrande maggioranza dei casi - secondo quanto scritto nel report TreeBloc - non sono in grado di dimostrare in modo credibile ciò che dichiarano sul fronte ESG mentre continuano a comunicare iniziative green senza fornire metriche, audit o certificazioni di terze parti.
E’ il frutto della pratica diffusa del greenwashing dove si pubblicizzano anche etichette “eco”, “green”, “sostenibili” senza criteri chiari, impegni climatici generici, non verificabili. E questo pasticcio, per non dire altro, si riverbera nella società. Un semplice esempio: nel Sustainability Study 2026 di FFIND, presentato al Parlamento Europeo emerge che sta crescendo la sfiducia dei consumatori nei confronti della comunicazione ambientale delle aziende: in Italia, 3 cittadini su 4 (77,1%) giudicano poco credibili i messaggi legati alla sostenibilità. In questo contesto ben vengano le nuove norme...