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Studi professionali italiani, la spesa IT cresce del 3% e supera i 2 miliardi

La maturità digitale resta proporzionata alle dimensioni, ma l’IA sta entrando con forza anche nelle realtà più piccole. I dati, i percorsi di innovazione e le preoccupazioni nell’analisi dell’Osservatorio dedicato del Polimi

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Fonte: Immagine generata con AI

Secondo l’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, gli investimenti in tecnologie digitali degli studi professionali italiani hanno raggiunto nel 2025 i 2 miliardi di euro (2,01 per la precisione), in crescita del 3% rispetto al 2024, e con previsione di ulteriore crescita del 4% per il 2026. La spesa media è di 10.500 euro annui negli studi legali, 14.450 euro nei commercialisti, 14.700 euro nei consulenti del lavoro, e 29.330 euro negli studi multidisciplinari.

La crescita, precisa l’Osservatorio, riguarda l’intero comparto, e si riduce il divario tra studi piccoli e grandi, ma resta evidente la differenza di maturità digitale. Il 68% dei micro-studi (meno di 3 addetti) utilizza meno di due tecnologie digitali di base tra le sei prese in esame (sito web, pagina social, timesheet, portale di condivisione documentale con i clienti, portale di condivisione di attività con i clienti, rete VPN), mentre l’89% dei grandi studi (oltre 29 addetti) ne usa almeno quattro.

A trainare la crescita degli investimenti è soprattutto l’Intelligenza Artificiale, la cui adozione raggiunge il 62% nei grandi studi. Un’accelerazione accompagnata da una crescente fiducia: tra il 76% e l’84% degli studi che utilizzano l’IA ne valutano positivamente l’impatto futuro sull’organizzazione.

Solo una percentuale tra il 22% e il 27% degli studi, però, riesce a illustrare ai clienti il valore dei servizi erogati e a quantificare i benefici prodotti. Inoltre resta aperta la sfida del ricambio generazionale. La capacità di attrarre giovani professionisti risulta fortemente influenzata dalla dimensione organizzativa: il 90% dei grandi studi si considera mediamente o molto attrattivo per i giovani professionisti (con meno di 10 anni di esperienza), ma la percentuale scende a meno del 35% tra i micro-studi.

“Il mondo delle professioni giuridiche ed economiche ha raccolto il guanto di sfida della tecnologia, proveniente soprattutto dall’Intelligenza Artificiale”, afferma in un comunicato Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio. “Entrata con intensità anche nelle piccole realtà, l’IA si sta affermando come driver di innovazione, stimolando l’adozione di nuovi paradigmi organizzativi, di business e relazionali”.

La diffusione delle tecnologie di base

Le tecnologie più diffuse negli studi professionali italiani sono ancora quelle a supporto dell’operatività quotidiana: il sito internet è presente nel 45% degli studi legali, nel 38% degli studi di commercialisti, nel 47% degli studi di consulenza del lavoro e nel 58% degli studi multidisciplinari. Le reti VPN sono adottate in percentuali che vanno dal 37% degli studi legali al 60% degli studi multidisciplinari, mentre i portali di condivisione documentale raggiungono il 51% tra i consulenti del lavoro e il 44% negli studi multidisciplinari.

Tra le tecnologie emergenti, l’Intelligenza Artificiale registra la crescita più significativa. Le soluzioni di AI non integrate nei gestionali sono già utilizzate dal 36% degli studi legali, dal 39% dei commercialisti, dal 42% dei consulenti del lavoro e dal 47% degli studi multidisciplinari, superando il 60% nei grandi studi. Al contrario, tecnologie più avanzate come chatbot (5-6%), CRM (6-11%), RPA (5-6%), software ESG (5-11%) e applicazioni di blockchain e smart contract (1-3%) restano ancora poco diffuse.

Gli utilizzi dell'intelligenza artificiale

L’Intelligenza Artificiale è tra le tecnologie più diffuse negli studi con percentuali tra il 37% e il 47% (considerando solamente l’IA non integrata nel gestionale). L’adozione si estende dal 27% delle micro-realtà al 62% delle grandi.

L’IA viene utilizzata soprattutto per attività di ricerca normativa, giurisprudenziale o contrattuale (82% degli studi di consulenza del lavoro e 87% dei commercialisti). La seconda area di maggiore utilizzo è la sintesi e rielaborazione di documenti, poi ci sono le traduzioni in altre lingue, la trascrizione e rielaborazione riunioni, mentre l’assistenza ai clienti tramite chatbot o assistenti virtuali è ancora limitata (6% dei commercialisti e 4% di avvocati, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari).

Nelle attività di creazione di contenuti, l’IA viene utilizzata per l’analisi di atti e la predisposizione di report per i clienti da poco meno di metà degli studi (51% dei multidisciplinari, 48% degli avvocati e dei consulenti del lavoro, 44% dei commercialisti). Seguono generazione e revisione di pareri, contratti e atti, creazione di contenuti di comunicazione e multimediali, e aggiornamento e formazione professionale.

Tra gli studi che utilizzano l’IA, tutte le professioni valutano molto o abbastanza positivi gli impatti sulla propria organizzazione nei prossimi anni in termini di opportunità di innovazione, efficienza e qualità dei servizi.

“L’Intelligenza Artificiale sta entrando con decisione negli studi professionali, ma il suo impatto sul modello di business è ancora limitato e l’offerta resta concentrata prevalentemente sui servizi tradizionali”, afferma Francesca Parisi, Ricercatrice dell’Osservatorio. “I segnali di cambiamento arrivano soprattutto dai grandi studi e dalle realtà multidisciplinari, che affiancano ai servizi professionali tradizionali attività di consulenza in ambiti come strategia, ESG, formazione, gestione del personale e organizzazione”.

Data security, policy e barriere dell’IA

Anche per la cyber/data security il processo di maturazione è in corso: in media poco più del 20% degli studi ha effettuato interventi di adeguamento dopo l’introduzione dell’IA, ma il dato sale al 72% nei grandi studi. Tra le policy adottate c’è molta attenzione all’impiego di versioni con licenza a pagamento, perché ritenute più sicure e complete rispetto a quelle gratuite.

Circa metà degli studi ha definito una procedura per controllare gli output provenienti dall’IA, prima che vengano rilasciati ai clienti, mentre è più scarsa l’attenzione al luogo di archiviazione dei dati (Europa, Paesi extra europei). Gli studi sono ancora poco preparati nel disciplinare l’accesso a questi strumenti in base alla seniority degli utilizzatori: meno del 25% ha definito regole a questo scopo.

Tra gli studi che non usano l’IA, invece, le principali motivazioni sono i rischi di violazione di privacy e sicurezza dei dati, la scarsa conoscenza di potenzialità e rischi delle soluzioni, e il timore che, delegando all’IA alcune attività, venga persa la capacità di svolgerle senza l’ausilio della tecnologia.

Per il biennio 2027-2028, i grandi studi spingono sull’acceleratore: il 38% ha già pianificato investimenti specifici in AI, il 50% li ritiene probabili e sta valutando opzioni e aree di applicazione.

L'innovazione nei grandi studi

Il processo di innovazione negli studi professionali è ancora lontano dalla maturità. Fanno eccezione i grandi studi: la quasi totalità di questi (oltre 90%) ha attivato processi strutturati di innovazione, con pratiche per migliorare l’ascolto sistematico dei clienti e la circolazione interna delle informazioni, stimolare la creatività e il process improvement, e collaborare, in ottica open innovation, con diversi tipi di aziende.

I principali ostacoli all’innovazione strutturata sono la mancanza di tempo e risorse, la difficoltà a valutare il ritorno economico delle nuove iniziative e la cultura organizzativa poco orientata al cambiamento.

Le preoccupazioni per il futuro

All’interno degli studi, i timori per il futuro delle professioni evidenziano alcuni temi ricorrenti e trasversali: l’incertezza economica, l’appesantimento dell’operatività per l’evoluzione della normativa, la concorrenza di altri operatori che rischiano di comprimere i margini, le difficoltà a reperire e trattenere giovani, talenti e nuova clientela. 

Alcuni elementi di preoccupazione dipendono dal macroambiente, poco influenzabile. Altri invece possono trovare dei correttivi. Per esempio per incrementare la clientela, alcuni pensano a modelli di aggregazione o alleanze per aumentare sia il portafoglio clienti sia la capacità di interagire con il mercato potenziale. Anche in questi casi il processo di maturazione verso modelli innovativi è ancora in gestazione, ma il cambio generazionale e la crescita “manageriale” dei professionisti porterà nuova linfa al ruolo di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro.

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